Condanna per lite temeraria: l'Italia si fa strada nel panorama europeo

 
Sanzionare severamente, anche in via punitiva, chi abusa del processo, deviandolo dalla funzione sociale di riequilibrio che gli è propria: ecco la ratio dell’articolo 96 c.p.c., che una giurisprudenza attenta alle esigenze deflattive è in procinto di riaffermare, dando finalmente alla norma concreta attuazione.
L’uso puntuale della condanna per responsabilità aggravata è uno strumento che può rivelarsi strategico al fine di scoraggiare il dilagante malcostume, alimentato anche dalle sempre minori opportunità di lavoro, dell’uso temerario o dilatorio del potere di azione o di difesa colpevole della congestione del sistema giustizia.
Benché rimasta sopita nei meandri del sistema giudiziario, la portata deflattiva dell’art. 96 cod. proc. civ., è di notevole entità.
La forza persuasiva della norma va infatti ben oltre il rischio della condanna al risarcimento del danno.
Con la previsione di cui all’ultimo comma, introdotto ad opera della legge 18 giugno 2009 n. 69, si aprono, di fatto, le porte del nostro ordinamento ai danni punitivi, finora aborriti in quanto tacciati di incostituzionalità per contrasto con l’articolo 24 della Carta Costituzionale. Il soggetto che, consapevolmente e negligentemente, abbia agito o resistito in giudizio in assenza di fondate domande o eccezioni rischia di dover corrispondere alla controparte, vittima di aver dovuto subire un processo che non si sarebbe dovuto tenere o che, comunque, avrebbe avuto una durata inferiore, una somma, anche di considerevole entità, che prescinde dalla funzione di ristoro, assumendo invece una finalità prettamente sanzionatoria.
In Italia, negli ultimi anni, parte della giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, pare aver colto le opportunità deflattive offerte dalla norma in commento. Fra le tante pronunce, ricordiamo quella del Tribunale di Torino (Iuliano/Iveco, giudice dott. Oberto, sent. n. 4872/14) la quale, riconosciute le finalità defatigatorie dell’attore non ha esitato a condannarlo, in via esemplare, al pagamento di € 30.000,00 ai sensi dell’articolo 96, ult. comma, c.p.c. (in tal senso cfr. Trib. Torino Plastic/Sorgenia, giudice dott.ssa Peila, sent. n. 319/2016).
Con una recente pronuncia, la n. 2584 del 9.02.2016, la Suprema Corte ha ritenuto sufficiente, ai fini della condanna per responsabilità aggravata, la coscienza dell’infondatezza della propria posizione o comunque l’assenza di qualsivoglia sforzo interpretativo, deduttivo e argomentativo per mettere in discussione, con criteri di scientificità, il diritto vivente.
Tale indirizzo è stato da ultimo condiviso anche dall’Agenzia delle Entrate, la quale, con la Circolare n. 38/E del 29.12.2015, richiamando i criteri elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, ha reso operativo il principio sanzionatorio anche nell’ambito del contenzioso tributario.
Questa nuova prospettiva è in linea con i principi europei del délai raisonnable, contenuto nell’articolo 6 CEDU e della suppression of procedural abuses, espresso dal Consiglio d’Europa, entrambi volti a ridurre gli abusi processuali e a disincentivare le liti temerarie, stroncando ogni azione che ostacoli il regolare funzionamento della giustizia.
Insomma dopo una lunga attesa sembra che gli organi giudiziari abbiano imboccato la strada giusta e che il Tribunale di Torino abbia deciso, anche in questo caso, di fare da capofila ponendosi come esempio, con le sue sentenze, anche riguardo ad altri uffici meno “attenti” a questi aspetti e forse anche per questo “soffocati” dal proliferare delle azioni giudiziarie.
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Dott.ssa Viviana Verruti
 
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