Sul risarcimento del danno da ritardo causato dalla pubblica amministrazione nell'espletamento della sua attività

 
Mai come in questo caso sembrerebbe opportuno affermare che “il tempo è denaro” per l’Amministrazione protagonista della sentenza del Consiglio di Stato n. 1239 del 25 marzo 2016, con la quale la giustizia amministrativa si è pronunciata in materia di risarcimento del danno da ritardo nell’adozione di un provvedimento amministrativo favorevole.
La fattispecie in esame è stata occasione per dichiarare il principio secondo cui “il solo ritardo nell’emanazione di un atto è elemento sufficiente per configurare un danno ingiunto, con conseguente obbligo di risarcimento nel caso di procedimento amministrativo lesivo di un interesse pretensivo dell’amministrato”.
Il danno cui il Consiglio di Stato fa riferimento è quello causato dalla tardiva adozione di un provvedimento favorevole da parte della Pubblica Amministrazione con preventivo accertamento della spettanza del bene della vita richiesto, dal momento che soltanto quando il procedimento debba concludersi con un provvedimento favorevole per il destinatario (o qualora sussistano fondate ragioni per ritenere che l’interessato avrebbe dovuto ottenerlo), il solo ritardo nell’emanazione di un atto è elemento sufficiente per configurare un danno ingiusto con conseguente obbligo di risarcimento.
Nel caso di specie, infatti, il procedimento di valutazione di impatto ambientale per l’autorizzazione all’ampliamento di un impianto di smaltimento e recupero di rifiuti non pericolosi promosso dalla società appellata, si è concluso, seppur con un ritardo di 154 giorni rispetto al termine indicato dal Codice dell’ambiente, con esito favorevole, prova dell’elemento soggettivo della colpa della Pubblica Amministrazione nonché della oggettiva inosservanza dei termini per il rilascio del provvedimento richiesto. In assenza di giustificato motivo con riferimento a difficoltà oggettive di tipo tecnico o organizzativo, infatti, il ritardo nell’attività amministrativa è qualificato quale comportamento negligente ed intenzionalmente nocivo in violazione delle regole dell’imparzialità e della “buona amministrazione”. Con la sentenza in esame, pertanto, il Consiglio di Stato, ritenuta provata la colpa dell’Amministrazione perché inescusabile, ha condannato la stessa a risarcire la società destinataria del “bene della vita” oggetto del parere e del provvedimento amministrativo richiesto per averle causato un danno che è sia perdita effettiva che mancato guadagno in relazione al bene tardivamente ottenuto.
Ne consegue la riconducibilità del danno da ritardo a quella di cui all’art. 2043 c.c., con rigorosa applicazione del principio dell’onere della prova in capo al danneggiato, sicché è quest’ultimo a dover provare la sussistenza di tutti i presupposti oggettivi e soggettivi dell’illecito, perché “l’ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono, in linea di principio, presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo nell’adozione del provvedimento amministrativo favorevole, ma il danneggiato deve, ex. art. 2697 c.c., provare tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda […]. In particolare occorre verificare la sussistenza sia dei presupposti di carattere oggettivo […], sia di quello di carattere soggettivo […]: in sostanza, il mero “superamento” del termine fissato ex legge o per via regolamentare alla conclusione del procedimento costituisce indice oggettivo, ma in integra piena prova del danno”.
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Dott.ssa Marzia Supino
 
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