Il Consiglio di Stato indica i presupposti per il riconoscimento del danno da ritardo nell’attività procedimentale della p.a.

 
Il Consiglio di Stato, con sentenza della V^ sezione n. 1239 del 25.3.2016, ha delineato compiutamente i presupposti per ottenere il riconoscimento del danno avente titolo nel ritardo, da parte della P.A., nel rilascio di un provvedimento favorevole.
Nella fattispecie una società esercente un impianto di trattamento di rifiuti cartacei aveva proposto istanza per l’ampliamento della quantità di rifiuti trattati, assoggettata a Verifica di Impatto Ambientale, definita dalla Regione in senso favorevole alla società, ma con sensibile ritardo rispetto ai termini temporali normativamente stabiliti.
Il Consiglio di Stato, rigettando l’appello proposto dalla Regione avverso la sentenza del TAR che aveva riconosciuto il risarcimento in favore della società, ha affermato i seguenti principi:
- il solo ritardo nell'emanazione di un atto è elemento sufficiente per configurare un danno “ingiusto”, con conseguente obbligo di risarcimento, nel caso di procedimento amministrativo lesivo di un interesse pretensivo dell'amministrato, quando tale procedimento sia da concludere con un provvedimento favorevole per il destinatario o se sussistano fondate ragioni per ritenere che l'interessato avrebbe dovuto ottenerlo;
- l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono, in linea di principio, presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo nell'adozione del provvedimento amministrativo favorevole, ma il danneggiato deve, ex art. 2697 c.c., provare tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda;
- il privato ha l’onere di dimostrare sia l’elemento oggettivo del danno (prova del danno e del suo ammontare, ingiustizia dello stesso, nesso causale), sia la responsabilità colpevole della P.A. nel ritardo (la P.A. può ad esempio dimostrare che difficoltà oggettive di tipo tecnico o organizzativo abbiano determinato un ritardo incolpevole);
- il semplice “superamento" del termine fissato ex lege o per via regolamentare alla conclusione del procedimento può costituire un indice della sussistenza dell’illecito, ma da solo non integra "piena prova del danno".
A proposito della quantificazione del danno i giudici hanno ritenuto potersi fare riferimento al mancato utile conseguito dall’azienda a far data dal momento in cui avrebbe avuto diritto ad ottenere il provvedimento favorevole all’ampliamento, quale criterio di liquidazione utilizzabile nell’ipotesi di mancato esercizio di un’attività economica conseguente al ritardo ingiustificato dell’Amministrazione.
La pronuncia segna un’ulteriore passo nell’avvicinamento alla piena tutela del privato rispetto all’inerzia colpevole della P.A., causa endemica di gravi pregiudizi per gli operatori economici costretti a rivedere le proprie valutazioni imprenditoriali alla luce della difficoltà di interagire efficacemente con la P.A. nei tempi previsti.
Va peraltro considerato, in termini più generali, che il danno riconosciuto al privato in ultima analisi grava comunque sulle finanze pubbliche e pertanto indirettamente sulla stessa collettività.
In questo quadro, l’unica efficace soluzione al problema dei ritardi e delle inefficienze della P.A. può e deve essere individuata nell’implementazione delle risorse (in termini sia di aumento di personale, sia di necessaria acquisizione di competenza) da impiegare da parte della P.A. stessa nell’istruzione dei procedimenti amministrativi, quale unico “investimento” in grado di offrire un “ritorno” in termini di efficienza e competitività ed evitare sempre più frequenti derive risarcitorie.
Se vuoi leggere il testo integrale della sentenza commentata, clicca qui.
Avv. Alberto Salmaso
 
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