Rapporto di lavoro: mansioni equivalenti, presupposti

 

La Cassazione, con sentenza n. 3422 del 22 febbraio 2016, ha sancito che il giudizio di equivalenza, in base all’articolo 2103 del c.c., costituisce presupposto ineliminabile per verificare la compatibilità delle nuove mansioni assegnate a un lavoratore rispetto a quelle di provenienza, quand’anche le une e le altre appartengono, in virtù della previsione contrattuale collettiva, alla medesima qualifica.
Questa conclusione, ad avviso della Suprema Corte, deve essere confermata anche in presenza di un nuovo sistema di classificazione definito dal contratto collettivo, dal quale sia derivato l’accorpamento di un’unica qualifica di profili professionali precedentemente inseriti in ambiti commerciali diversi.
Sulla base di questi presupposti un’azienda è stata condannata a risarcire il danno professionale di un addetto allo smistamento della corrispondenza, in misura pari al 40% della sua retribuzione mensile moltiplicata per i due anni nei quali, a seguito dell’accorpamento delle vecchie categorie professionali in nuove aree di inquadramento, il lavoratore è stato adibito a mansioni diverse da quelle originarie, ma riconducibili alle medesima area contrattuale.
Ad avviso della Cassazione l’azienda non avrebbe dovuto limitarsi ad affermare la sussistenza di un’equivalenza convenzionale tra le mansioni di provenienza e quelle affidate al lavoratore con l’entrata in vigore del nuovo sistema di classificazione, ma avrebbe dovuto procedere, anche in tal caso, a una ponderata valutazione dell’idoneità delle nuove funzioni a garantire la salvaguardia in concreto del livello professionale acquisito e a consentire al lavoratore un accertamento delle sue capacità.
Il Giudice della nomofiliachia, partendo dalla decisione delle Sezioni Unite del 24 novembre 2006 n. 25033, ha ribadito che “…pur in ipotesi di reinquadramento previsto dal contratto collettivo in un’unica qualifica di lavoratori precedentemente inquadrati in qualifiche distinte, permane il divieto di un’indiscriminata fungibilità di mansioni che esprimano in maniera radicale una diversa professionalità e che non consentano una sia pure residuale utilizzazione dell’acquisita professionalità, qualora le ultime mansioni espletate non abbiano, con quelle spiegate in precedenza, affinità o analogia di sorta”.
Per tutta la giurisprudenza richiamata dalla Corte di Cassazione nella sentenza in questione l’equivalenza delle mansioni ex art. 2103 c.c. costituisce oggetto di un giudizio di fatto operato dal giudice di merito, incensurabile in cassazione se sorretto da adeguata motivazione, sia sotto il profilo oggettivo, cioè in relazione alla inclusione nella stessa area professionale e salariale delle mansioni iniziali e di quelle di destinazione, sia sotto il profilo soggettivo, cioè in relazione alla affinità professionale delle mansioni, nel senso che le nuove devono quanto meno armonizzarsi con le capacità professionali acquisite dall’interessato durante il rapporto di lavoro, consentendo ulteriori affinamenti e sviluppi.
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Dott.ssa Cristina Del Papa

 
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