Licenziamento per “giustificato motivo soggettivo” convertibile d'ufficio.

 
Scatta il vizio di omessa pronuncia per il giudice, anche di appello, che dichiari illegittimo un licenziamento intimato per “giusta causa” senza verificare d'ufficio la possibilità di riqualificarlo come licenziamento “per giustificato motivo soggettivo”. Lo ha stabilito la Suprema Corte, con la sentenza 4 gennaio 2016 n. 21, cassando la decisione del giudice di secondo grado che aveva invece confermato l’illegittimità del recesso perché erroneamente rubricato dal datore di lavoro. In particolare la Corte ha statuito che incorre nel vizio di omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. il giudice, anche di impugnazione, che ometta di pronunciarsi anche d'ufficio sulla possibilità che un licenziamento intimato per giusta causa possa essere qualificato in termini di licenziamento per giustificato motivo soggettivo. Tale assunto trova fondamento, indipendentemente dal fatto che parte ricorrente abbia formulato tale domanda nel corso dell’udienza di discussione dell’appello, nel consolidato principio giurisprudenziale secondo il quale nelle più ampie pretese economiche collegate dal lavoratore all’annullamento del licenziamento ritenuto ingiustificato ben può ritenersi compresa quella di minore entità derivante da un licenziamento che, pur qualificandosi come giustificato, preveda il diritto del lavoratore al preavviso. Il carattere meramente qualificatorio della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo comporta che, ove il datore di lavoro impugni globalmente la sentenza di primo grado che ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento, nella sua domanda al giudice d’appello di dichiarare la legittimità della risoluzione del rapporto per giusta causa deve ritenersi compresa la minor domanda di dichiarare la risoluzione dello stesso rapporto per la sussistenza di giustificato motivo soggettivo.
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Dott.ssa Cristina Del Papa
 
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