LA CORTE DI GIUSTIZIA U.E. DICHIARA LA DISCIPLINA ITALIANA DEL CONTRIBUTO UNIFICATO IN MATERIA DI APPALTI COMPATIBILE CON IL DIRITTO COMUNITARIO.

 

Con sentenza 6 ottobre 2015, emessa nell’ambito del procedimento C 61/14, la Corte di Giustizia U.E., Sez. V ha dichiarato compatibile con la normativa europea il contributo unificato previsto dalla Giustizia Amministrativa italiana in materia di appalti pubblici.
Il giudice italiano rimettente (Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa del Trentino-Alto Adige sede di Trento) aveva ritenuto che l’articolo 13, comma 6 bis, lettera d), del D.P.R. 115/2002 (il quale stabilisce che il contributo unificato in materia di appalti pubblici), tenuto conto dell’entità degli importi richiesti alle parti per l’accesso alla giustizia amministrativa italiana, potesse essere in contrasto con la normativa comunitaria, che postula la necessaria effettività della tutela giudiziale negli appalti pubblici, e quindi una facilità di accesso, anche economico, agli organi di giustizia amministrativa.
L’attuale disciplina italiana stabilisce infatti che l’importo del contributo unificato, dovuto dal ricorrente è pari a euro 2.000 su appalti di valore pari o inferiore ad euro 200.000,00; ad euro 4.000,00 per le controversie di valore compreso tra euro 200.000,00 e 1.000.000,00; e ad euro 6.000,00 per quelle di valore superiore a un milione di euro.
La Corte, rispedendo “al mittente” i dubbi di compatibilità adombrati dal TAR Trento, ha ritenuto in particolare quanto segue: “Il contributo unificato da versare, espresso in percentuale dei valori «limite» delle tre categorie di appalti pubblici, varia dall’1,0% all’1,036% del valore dell’appalto se esso si situa tra EUR 193 000 e 200 000, dallo 0,4 al 2,0% se tale valore si situa tra EUR 200 000 e 1 000 000, e corrisponde allo 0,6% del valore dell’appalto o a una percentuale inferiore, se detto valore è superiore a EUR 1 000 000 (…)”.
“L’articolo 1 della direttiva 89/665/CEE del Consiglio, del 21 dicembre 1989, che coordina le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative relative all’applicazione delle procedure di ricorso in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture e di lavori, come modificata dalla direttiva 2007/66/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2007, nonché i principi di equivalenza e di effettività devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale che impone il versamento di tributi giudiziari, come il contributo unificato oggetto del procedimento principale, all’atto di proposizione di un ricorso in materia di appalti pubblici dinanzi ai giudici amministrativi.
L’articolo 1 della direttiva 89/665, come modificata dalla direttiva 2007/66, nonché i principi di equivalenza e di effettività non ostano né alla riscossione di tributi giudiziari multipli nei confronti di un amministrato che introduca diversi ricorsi giurisdizionali relativi alla medesima aggiudicazione di appalti pubblici né a che tale amministrato sia obbligato a versare tributi giudiziari aggiuntivi per poter dedurre motivi aggiunti relativi alla medesima aggiudicazione di appalti pubblici, nel contesto di un procedimento giurisdizionale in corso”.
La Corte, peraltro, in un’ottica di “apertura” rispetto alla problematiche considerate, si è limitata ad affermare: “… nell’ipotesi di contestazione di una parte interessata, spetta al giudice nazionale esaminare gli oggetti dei ricorsi presentati da un amministrato o dei motivi dedotti dal medesimo nel contesto di uno stesso procedimento. Il giudice nazionale, se accerta che tali oggetti non sono effettivamente distinti o non costituiscono un ampliamento considerevole dell’oggetto della controversia già pendente, è tenuto a dispensare l’amministrato dall’obbligo di pagamento di tributi giudiziari cumulativi”.
In sostanza, quindi, la “ragion di stato” e l’interesse finanziario dello stato all’acquisizione di risorse economiche prevalgono ancora sul diritto dei cittadini ad un accesso alla tutela giudiziale a costi più sostenibili.
La sentenza presta il fianco a critiche perchè non considera che per le parti il valore dell’appalto non è – o almeno non è necessariamente – il valore dell’utilità che con il ricorso alla giustizia amministrativa si cerca di ottenere (ovvero, l’utile d’impresa in virtù dell’esecuzione dell’appalto o del servizio da aggiudicare). Inoltre la sentenza parrebbe confermare (salvo deroghe da parte dei giudici italiani di cui appare francamente difficile ipotizzare la concessione) anche la legittimità dell’imposizione di contributi multipli, in caso di motivi aggiunti o di ricorsi incidentali, che aumentano di molto la gravosità dell’accesso alla tutela giudiziale amministrativa.
Da ultimo va ricordato che l’attuale disciplina del contributo unificato prevede, per i giudizi di appello, l’obbligo del pagamento del contributo unificato dovuto per il primo grado, aumentato di un’ulteriore metà.
In conclusione, la sentenza appare configurarsi come un’occasione colpevolmente mancata di riequilibrare una disciplina da tempo ritenuta iniqua e a palese discapito degli operatori economici, chiamati com’è logico a valutare l’accesso alla tutela giudiziale in base al rapporto tra costi (sicuri) e benefici (potenziali).
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Avv. Alberto Salmaso

 
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