RECESSO DI UN COMUNE DA UN’UNIONE DI COMUNI: IL TAR EMILIA ROMAGNA DEFINISCE PRESUPPOSTI E LIMITI.

 
Con la sentenza n. 205 dell’8 luglio 2015, il TAR Emilia Romagna – sez. di Parma ha delineato i presupposti e i limiti per l’esercizio da parte di un Comune del potere di recesso da un’Unione di Comuni finalizzata allo svolgimento in forma associata delle funzioni comunali.
L’art. 14, comma 26, del D.L. n. 78/2010, prevede che “l'esercizio delle funzioni fondamentali dei Comuni è obbligatorio per l'ente titolare”, e al successivo comma 28 che “i comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, ovvero fino a 3.000 abitanti se appartengono o sono appartenuti a comunità montane, esclusi i comuni il cui territorio coincide integralmente con quello di una o di più isole e il comune di Campione d’Italia, esercitano obbligatoriamente in forma associata, mediante unione di comuni o convenzione, le funzioni fondamentali dei comuni (…)”.
La sentenza affronta il tema dei presupposti per l’esercizio del potere di recesso di un Comune dall’Unione, che deve avvenire previa verifica del perseguimento dell’interesse pubblico e del principio di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa.
Risulta del pari l’esigenza di assicurare stabilità all’assetto istituzionale dell’Unione a tutela della continuità dello svolgimento delle funzioni da gestione in forma associata: invero il recesso di un Comune, ove non preceduto da un’approfondita disamina degli aspetti contabili e delle conseguenze patrimoniali del venir meno della partecipazione all’Unione, può essere fonte di grave danno al Comune recedente e all’Unione stessa.
I giudici hanno inoltre ritenuto che nei casi in cui la legge preveda una durata minima di permanenza di un Comune all’interno dell’Unione (regola la cui ratio è appunto quella di non pregiudicare la funzionalità dell’Unione stessa), “il Comune una volta determinata in piena autonomia la propria appartenenza all’Unione ed approvato il relativo Statuto ne resta vincolato per tutto quanto riguarda la gestione del rapporto con quest’ultima”.
Nella sentenza è stato altresì affermato che “è da considerarsi illegittimo il ricorso all’esercizio del potere di revoca di cui all’art. 21 quinquies L. n. 241 del 1990 (esercitato come evidenziato, e ammesso, al fine di recidere il vincolo di appartenenza all’Unione) poiché il Comune può recedere dall’Unione unicamente nei tempi, modi e forme previsti dallo Statuto dal medesimo approvato, ovvero, mediante attivazione della procedura di recesso e sempre che ne ricorrano i relativi presupposti”.
L’adesione all’Unione, quindi, limita l’esercizio da parte del Comune del potere di autotutela amministrativa nel caso in cui l’ente voglia revocare la propria partecipazione, la quale può avvenire unicamente secondo modalità e nel rispetto di principi e limiti indicati nello statuto dell’Unione (nella fattispecie, una volta decorsi i cinque anni dall’iniziale adesione).
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Avv. Alberto Salmaso
 
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