FALLIMENTO E RESPONSABILITÀ DELL’AMMINISTRATORE PER LA DISTRAZIONE DI BENI SOCIALI. CONSEGUENZE.

 
La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, si è recentemente pronunciata sulla materia in oggetto a mezzo della sentenza n. 9100 del 6 maggio 2015. La vicenda nasce dall’accoglimento in primo grado delle doglianze della curatela per i danni cagionati dall’amministratore unico della società fallita, reo di avere distratto i beni sociali, di non avere curato la redazione dei bilanci d’esercizio e di avere omesso la tenuta delle scritture contabili. Il Tribunale, in particolare, accertato il danno, lo quantificava con la differenza tra le voci di passivo e di attivo dello stato patrimoniale.
L’amministratore, dunque, proponeva gravame in Corte d’Appello, ma lo stesso veniva rigettato, sulla scorta della ritenuta corretta valutazione del Giudice di prime cure, a causa dell’impossibilità di ricostruire la situazione patrimoniale della fallita, dettata dalla mancanza della relativa documentazione.
Da ultimo, l’amministratore avanzava ricorso in Cassazione, contestando il danno cagionato nonchè il criterio di determinazione dello stesso. La questione veniva rimessa alle Sezioni Unite, le quali statuivano anzitutto sulla imprescindibilità dei requisiti necessari al fine dell’accoglimento della domanda di risarcimento, ovvero: la violazione dell’obbligo di adempiere ai propri compiti con la diligenza del mandatario, l’esistenza di un danno risarcibile, il nesso di causalità tra inadempimento e danno, con onere della prova a carico di parte attrice.
I Supremi Giudici precisavano altresì che laddove il danno fosse di difficile quantificazione, stante la mancanza di scritture contabili, il criterio di determinazione dettato dalla differenza tra passivo ed attivo fosse comunque inadeguato, rappresentando soltanto uno dei parametri per la liquidazione in via equitativa ai sensi dell’art. 1126 cc., certamente invocabile nel caso di specie.
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Avv. Francesca Samele
 
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