CONCORRENZA SLEALE E RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE NEL RAPPORTO DI LAVORO.

 
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 13085 del 24 giugno 2015, si è espressa in merito alla condotta di due ex dipendenti di una società informatica che, mediante la trasmissione di dati riservati, hanno leso la libertà di concorrenza dell’azienda presso cui erano occupati. Nel caso di specie la condotta professionalmente scorretta si è manifestata nella trasmissione di dati “strategicamente e commercialmente rilevanti” per l’azienda presso cui i due dipendenti erano inizialmente impiegati. Pertanto i giudici di merito alla luce delle dimissioni e del successivo impiego presso la seconda società alla quale veniva preventivamente trasmesso materiale riservato della prima azienda, hanno configurato l’ipotesi di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c. n.3, secondo cui compie atti di concorrenza sleale chiunque “si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”. Il Tribunale di Milano ha altresì condannato i menzionati dipendenti al risarcimento del solo danno morale in favore della società attrice. In secondo grado la Corte d’appello ha confermato la sentenza del giudice di prime cure, rigettando i gravami degli appellanti, sulla base del carattere professionalmente scorretto delle loro condotte, in quanto lesive della libertà di mercato e dei criteri di correttezza tra gli imprenditori. Avverso questa sentenza i due ex dipendenti hanno proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha confermato la potenzialità lesiva della trasmissione dei dati sopra menzionati, considerata rilevante ai fini della concorrenza sleale, accogliendo la prospettazione dei giudici di merito secondo cui la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.) si fonda autonomamente “sia sulla violazione di un bene di rilevanza costituzionale, qual è la libertà di iniziativa economica privata (…), di per sé sufficiente a giustificare la condanna, sia sulla sussistenza di un illecito penale”. A tal proposito i Supremi Giudici hanno precisato che, sebbene la condotta degli ex dipendenti ben si presti a rivestire i caratteri del reato di “Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico” (art.615 ter c.p.), tuttavia la risarcibilità del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. non richiede necessariamente che il fatto illecito integri in concreto un reato, essendo sufficiente l’astratta previsione del fatto quale illecito, vale a dire “idoneo a ledere l’interesse tutelato dalla norma penale”.
Se vuoi leggere il testo integrale della sentenza 24 giugno 2015 n. 13085, clicca qui.
Dott.ssa Viviana Verruti
 
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