LE PAROLE VOLGARI E LE OFFESE CONTRO IL DATORE DI LAVORO NON LEGITTIMANO IL RECESSO.

 
Il via libera alle offese e agli epiteti volgari contro il diretto superiore arriva addirittura dalla Cassazione, la quale con la sentenza 11 febbraio 2015 n. 2692, ha confermato l’invalidità del recesso datoriale perché l’addebito mosso nei confronti del dipendente non integrava, a suo insindacabile giudizio, gli estremi della grave insubordinazione. Per meglio comprendere il significato della pronuncia che si annota, va precisato che la fattispecie esaminata dalla Suprema Corte atteneva al ccnl metalmeccanici, il quale limita testualmente il licenziamento per giusta causa ai soli casi di “grave insubordinazione”, intendendosi per tale la consumazione di gravi reati accertati in sede penale, quali il furto e il danneggiamento. Sebbene la sanzione espulsiva presupponesse nella circostanza la sua esplicita previsione nel contratto collettivo di riferimento, giova domandarsi, non soltanto sul piano etico sociale ma anche del corretto svolgimento dei rapporti contrattuali, cosa debba normalmente intendersi ogni qual volta venga utilizzata l’espressione, di per sé generica, “grave insubordinazione”. Cos’è grave e cosa non lo è? Chi decide cosa è grave e cosa non lo è? Possono due o più paciscenti disporre contrattualmente del comune sentire ossia del valore e del significato che la società annette ad uno specifico evento in un determinato momento storico? Oppure è compito della magistratura provvedere all’attuazione delle norme di legge e contrattuali, assicurandone un’interpretazione coerente con il comune sentire? Non è del resto causale che le cd clausole generali ossia quei concetti giuridici espressi con formule semantiche dallo spettro assai ampio (es. giusta causa) siano per l’appunto considerate come una sorta di filtro attraverso il quale l’evoluzione del comune sentire entra in contatto con l’ordinamento giuridico per adeguarlo costantemente. Da questo punto di vista e per tornare alla pronuncia in commento, un insulto è sempre un insulto e le sue conseguenze giuridiche non possono orientare l’operazione ermeneutica in una direzione diversa dal disvalore sociale che sempre lo accompagna, anche quando, come nel caso, la norma contrattuale sia formulata in maniera generica (“grave insubordinazione”). Dovremmo viceversa ammettere che se l’insulto di un dipendente metalmeccanico non giustifica il licenziamento, lo stesso epiteto offensivo lanciato all’indirizzo del suo superiore da parte di un lavoratore appartenente ad un altro comparto, ad esempio il terziario, invece sì. Resta solo da chiedersi cosa c’entri un siffatto modo di ragionare con il principio di eguaglianza costituzionalmente previsto.
Se vuoi leggere il testo integrale della sentenza 11 febbraio 2015 n. 2692, clicca qui.
Avv. Giovanni Cinque
 
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