Consiglio di Stato: no alla rivalutazione e agli interessi nel giudizio di ottemperanza se non riconosciuti dalla sentenza di merito.

 
Con sentenza della sez. V del 4 novembre 2014 n. 5440, il Consiglio di Stato ha chiarito l’inammissibilità, nel giudizio di ottemperanza, delle domande tendenti ad ottenere la rivalutazione e gli interessi su somme riconosciute e liquidate dal giudice di merito.
I giudici di Palazzo Spada hanno affermato che “se il giudicato non contiene alcuna condanna alla corresponsione degli accessori sul credito, l’Amministrazione, in sede di esecuzione della sentenza, non è tenuta a corrisponderli. Inoltre non è possibile desumere per implicito dal giudicato il riconoscimento degli interessi e della rivalutazione atteso che, da un lato, per il principio della domanda, il giudice non può attribuire accessori non richiesti e che, dall’altro lato, l’attribuzione di tali accessori implica la soluzione di svariate questioni in tema di criteri di computo e loro cumulo, che necessitano di statuizione espressa.
Interessi e rivalutazione non possono essere chiesti per la prima volta in sede di ottemperanza, considerato che si tratta di domanda accessoria di cognizione, che va articolata nel giudizio di cognizione e che, nel giudizio di ottemperanza, possono essere chiesti solo gli accessori maturati dopo la sentenza di cui si chiede l’esecuzione”.
Pertanto, in applicazione dell’orientamento espresso dalla sentenza richiamata, il giudice dell’ottemperanza non potrebbe riconoscere per la prima volta in sede di ottemperanza interessi e rivalutazione non attribuiti in sede di cognizione.
Ne consegue l’onere del privato, il quale avanzi pretese patrimoniali nei confronti della P.A., di proporre sin da subito le domande accessorie volte al riconoscimento della rivalutazione e degli interessi sulle somme richieste in giudizio.
La pronuncia, pur coerente con il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, nonché con il rapporto tra giudizio di cognizione e giudizio di ottemperanza, si risolve in una diminuzione dell’effettività della tutela per il privato titolare di crediti nei confronti della P.A., in quanto onera quest’ultimo della proposizione di una specifica domanda di merito volta ad ottenere gli accessori del credito.
Pertanto se la domanda non è stata proposta ab origine nel ricorso, dovrà necessariamente essere proposta ex novo in un separato giudizio.
Considerati i tempi della giustizia amministrativa, l’orientamento appare “premiare” ingiustificatamente l’inerzia delle Amministrazioni nel riconoscere e liquidare le somme giudizialmente dovute, onerando per giunta il privato creditore dei costi connessi alla proposizione di un’ulteriore domanda giudiziale.
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Avv. Alberto Salmaso
 
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