Per il mobbing sono necessarie mansioni “dequalificanti”

 
Con sentenza 22 dicembre 2014, n. 27239, la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, si è nuovamente pronunciata in tema di mobbing, stabilendo che, per ritenersi integrata una simile tipologia di condotta in danno del lavoratore, è necessario che questi sia adibito a mansioni inferiori a quelle stipulate nel contratto, sì da dequalificarne la professionalità.
Nel caso di specie, la dipendente di una struttura alberghiera, assunta per occuparsi dell’amministrazione, veniva adibita, prima dell’inizio dell’attività ricettiva, a mansioni diverse. Inoltre, a seguito dell’assunzione della lavoratrice, la struttura aveva integrato il proprio organico con la figura di un direttore amministrativo, cui ella rifiutava di sottostare gerarchicamente; per tale motivo la dipendente veniva licenziata.
Ricorsa in giudizio, la stessa chiedeva il reintegro nel posto di lavoro, nonchè il risarcimento del danno per la condotta mobbizzante del datore di lavoro. La sentenza di primo grado, favorevole alle domande attoree, veniva tuttavia riformata dalla pronuncia della Corte d’Appello, che riteneva il licenziamento legittimo per giusta causa. Il giudice di secondo grado riteneva infatti che la donna, alla quale erano state pur sempre affidate mansioni di carattere amministrativo, aveva opposto un illegittimo rifiuto, contrario all’esercizio dello ius variandi da parte del proprio datore di lavoro.
Avverso tale sentenza la lavoratrice ricorreva in Cassazione, adducendo che lo ius variandi esercitato dal datore di lavoro non può in ogni caso ledere la dignità del dipendente. La Corte di legittimità rigettava la domanda della ricorrente, affermando che il potere del datore di lavoro di organizzare la propria attività lavorativa e, dunque, di stabilire le mansioni dei dipendenti che vi sono occupati, è pienamente legittimo. Pertanto le nuove mansioni affidate alla ricorrente, frutto del legittimo esercizio del potere di organizzazione, non potevano considerarsi di livello inferiore rispetto a quelle pattuite nel contratto di assunzione. Per qualificare illegittimo l’esercizio dello ius variandi, difatti, occorre esaminare l’omogeneità delle mansioni successivamente attribuite e di quelle originariamente definite nel contratto, l’equivalenza concreta rispetto alle competenze richieste, il livello professionale del dipendente, a prescindere dalla valutazione se, sul piano formale, le tipologie di mansioni rientrino o meno nella stessa area operativa. Essendo state affidate mansioni di carattere amministrativo che escludevano un danno alla propria professionalità, veniva a mancare altresì, in capo alla lavoratrice, un qualsiasi diritto al risarcimento.
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Avv. Francesca Samele
 
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