Rapporto di lavoro, omissione contributiva: il lavoratore non può chiedere in giudizio la condanna del datore di lavoro al versamento dei contributi non pagati.

 
Lo ha confermato la Corte di cassazione nella sentenza n. 19398 del 15 settembre 2014, che ripercorre in maniera concisa e completa le posizioni di diritto e di dovere connesse agli aspetti contributivi del rapporto di lavoro subordinato. In linea generale – ricorda la Suprema Corte – i contributi sono dovuti dal datore di lavoro in ragione della sussistenza del rapporto di lavoro e tuttavia è esclusa una pronuncia di pagamento degli stessi in favore del lavoratore, il quale ha invece diritto, ove ne siano maturati i presupposti, alla costituzione di una rendita ex art. 13 della legge n. 1338 del 1962 o all’azione di risarcimento danni ex art. 2116, c.c. Peraltro è indubitabile l’interesse del lavoratore al versamento dei contributi, dalla legge protetto come diritto soggettivo alla posizione assicurativa, benché non s’identifichi con il diritto spettante all’istituto previdenziale, né si configuri come una posizione di contitolarità in tale diritto o ancor meno di solidarietà attiva. La sussistenza del suddetto interesse del lavoratore ed il riconoscimento di una sua tutelabilità mediante la regolarizzazione della posizione contributiva, danno ragione del riconoscimento da parte dell’ordinamento della facoltà del lavoratore di chiamare in causa il datore di lavoro e l’ente previdenziale, convenendoli entrambi in giudizio, al fine di accertare l’obbligo contributivo del primo e sentirlo condannare al versamento dei contributi (che sia ancora possibile giuridicamente) nei confronti del secondo, a valere sulla sua posizione contributiva, impedendo così il verificarsi di un danno nei suoi confronti.
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Avv. Giovanni Cinque
 
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