Il contratto di comodato e la destinazione d’uso.

 
Cassazione, sez. un., 29 settembre 2014, n. 20448.
Il codice civile disciplina due “forme” di comodato: il c.d. “proprio” regolato dagli artt. 1803 e 1809 c.c., connotato dalla mancata pattuizione di un termine e dalla impossibilità di desumerlo dall’uso cui doveva essere destinata la cosa e il c.d. “precario” al quale si riferisce l’art. 1810 c.c. “comodato senza determinazione di durata”.
Solo nel caso di cui all’art. 1810 c.c. è consentito richiedere ad nutum il rilascio del bene al comodatario poiché l’art. 1809 c.c., concernendo il comodato sorto con la consegna della cosa per un tempo determinato o per un uso che consente di stabilire la scadenza contrattuale, è caratterizzato dalla facoltà del comodante di esigerne la restituzione immediata solo in caso di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno (art. 1809 c. 2 c.c.).
Pertanto è al c.d. comodato proprio che va ricondotto il contratto pattuito per soddisfare le esigenze abitative della famiglia del comodatario, trattandosi di contratto sorto per un uso determinato e dunque per un tempo determinabile per relationem, individuato anche in considerazione della destinazione “a casa familiare” contrattualmente prevista e indipendentemente dall’insorgere di un’eventuale crisi coniugale.
È grazie a questo inquadramento che secondo la Suprema Corte il disposto dell’art. 1809, comma secondo, c.c. porta ad un riequilibrio della posizione del comodante nell’ambito della disciplina negoziale.
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Avv. Stefania Piacentini
 
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