Offendere il proprio superiore non è sempre causa di licenziamento.

 
Giunge all’epilogo, dopo alterne vicende tra vittoria e soccombenza, il giudizio d’impugnativa di licenziamento intrapreso da un lavoratore e deciso in senso a lui favorevole dalla Suprema Corte con la sentenza n. 14177 del 23 giugno 2014. Come già il giudice di appello, che aveva a suo tempo ribaltato la sentenza di primo grado, la quale aveva riconosciuto la validità del recesso, anche la Corte di cassazione ha considerato la massima sanzione espulsiva sproporzionata e inadeguata rispetto alle circostanze del caso concreto nel quale si era consumata l’offesa al superiore. In particolare i giudici di legittimità hanno ritenuto che l’offesa, ancorché non lieve e pronunciata alla presenza di altri dipendenti, non costituisse nella fattispecie giusta causa di recesso, dovendosi peraltro considerare che qualora la disciplina collettiva prevedesse in simili ipotesi la sanzione del licenziamento per giusta causa, la stessa non sarebbe vincolante per il giudice, il quale avrebbe comunque il diritto/dovere di accertarne la validità rispetto alla singolarità della vicenda sottoposta al suo esame, in quanto le norme collettive costituirebbero null’altro che una specificazione del principio enunciato dall’art. 2119, alla luce del quale andrebbe valutata la loro effettiva portata. Sotto altro profilo il licenziamento in tronco potrebbe apparire giustificato solo in presenza di un inadempimento di non scarsa importanza alla stregua del generale principio espresso dall’art. 1455, c.c.
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Avv. Giovanni Cinque
 
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