DIRITTO DI ACCESSO “TRADIZIONALE” E “DIRITTO DI ACCESSO CIVICO” INTRODOTTO DAL D.LGS. 33/2013. PER IL CONSIGLIO DI STATO E’ NECESSARIO L’INTERESSE DEL PRIVATO.

 
Con il d.lgs. n. 33/2013, il legislatore ha provveduto al riordino della disciplina volta ad assicurare a tutti i cittadini il più ampio accesso alle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, al fine di attuare “il principio democratico e i principi costituzionali di eguaglianza, imparzialità, buon andamento, responsabilità, efficacia ed efficienza nell’utilizzo di risorse pubbliche”, quale integrazione del diritto “ad una buona amministrazione”, nonché per la “realizzazione di un’amministrazione aperta, al servizio del cittadino”.
La disciplina prevede all’art. 5 il diritto di chiunque di accedere a una serie di informazioni (che l’ente ha l’obbligo di pubblicare) “direttamente ed immediatamente, senza autenticazione ed identificazione”, disponendo in caso di omessa pubblicazione il cosiddetto “accesso civico”, consistente in una richiesta all’ente – che può anche non essere motivata – di effettuare tale pubblicazione, con possibilità di ricorso al giudice amministrativo in caso di perdurante inerzia.
Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 5515 del 20 novembre 2013, è intervenuto sul tema, precisando la diversità di questa forma di tutela di recente introduzione rispetto al diritto di accesso previsto in generale dalla L. n. 241/1990 sul procedimento amministrativo. Nella circostanza i giudici di Palazzo Spada hanno sottolineato che le nuove disposizioni dettate con d.lgs. 14.3.2013 n. 33 in materia di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni disciplinano situazioni non ampliative né sovrapponibili a quelle che consentono l’accesso ai documenti amministrativi, ai sensi degli articoli 22 e seguenti della legge 7.8.1990, n. 241, rilevando la diversificazione di finalità e di disciplina dell’accesso agli atti, rispetto al cosiddetto accesso civico, pur nella comune ispirazione al principio di trasparenza, che si vuole affermare con sempre maggiore ampiezza nell’ambito dell’amministrazione pubblica.
Il Consiglio di Stato ha inoltre affermato che “se l’accesso ai documenti amministrativi (…) costituisce principio generale dell’attività amministrativa, al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza, è anche vero che si richiede per l’accesso un “interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso” e che “non sono ammissibili istanze di accesso, preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”, essendo tale controllo estraneo alle finalità della disciplina in materia di accesso.
La pronuncia nega quindi la sussistenza di un diritto di accesso “libero e indiscriminato” in capo ai cittadini, anche con riferimento alle informazioni che la P.A. ha l’obbligo di rendere disponibili mediante pubblicazione, rimanendo comunque ferma ai fini dell’ammissibilità dell’istanza e del conseguente dovere di evasione in capo alla P.A., la sussistenza di un interesse diretto concreto e attuale alla conoscenza del documento richiesto.
Ne consegue che la disciplina in materia di accesso civico risulta di fatto “svuotata” della sua portata precettiva nei confronti della P.A. (basata, nell’intento del legislatore, sull’automatismo dell’obbligo e sulla non necessità della motivazione dell’istanza).
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Avv. Alberto Salmaso
 
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