RECESSO AD NUTUM E CONTRATTO D’OPERA INTELLETTUALE: NON SI TRATTA DI UN BINOMIO INSCINDIBILE.

 
Lo ha ribadito la Suprema Corte con la sentenza 4 giugno 2013 n. 14016, che si colloca lungo la scia di un consolidato orientamento giurisprudenziale formatosi a seguito di un iniziale contrasto sorto intorno a questo argomento negli anni ’80. Può dunque affermarsi che la previsione della possibilità di recesso ad nutum del cliente nel contratto di prestazione d’opera intellettuale quale contemplata dall’art. 2337 c.c. non ha carattere inderogabile e quindi è possibile che per particolari esigenze delle parti sia esclusa una tale facoltà sino al termine del rapporto; sicché anche l’apposizione di un termine ad un rapporto di collaborazione professionale continuativa può essere sufficiente ad integrare la deroga pattizia alla facoltà di recesso così come disciplinata dalla legge, senza che a tal fine sia necessario un patto specifico ed espresso. L’ovvia conseguenza di questo principio è che l’apposizione di un termine finale al contratto d’opera intellettuale, quale contratto ad esecuzione prolungata, ha carattere vincolante non soltanto per il professionista ma anche per il cliente, salva la sussistenza di una giusta causa che legittimi la facoltà di recesso anticipato e fermo restando che, in mancanza, il cliente sarà tenuto a corrispondere al professionista un’adeguata indennità sostitutiva del necessario preavviso.
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Avv. Giovanni Cinque
 
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