Licenziamento per giustificato motivo oggetto: la soppressione del posto di lavoro esclude la reintegrazione.

 
E’ quanto affermato dal Tribunale di Milano in una recente pronuncia (ordinanza del 2 novembre 2012) che ha risolto una controversia avente ad oggetto un licenziamento per soppressione del posto di lavoro. Nella fattispecie il datore di lavoro, sebbene il recesso sia stato intimato dopo l’entrata in vigore della riforma “Fornero”, non ha preventivamente esperito la procedura dinanzi alla Direzione territoriale del lavoro introdotta dalla nuova disciplina e, nel corso del giudizio, non ha dato prova di avere assolto all’obbligo cd. di repechage, rispetto al quale se, da un lato, il lavoratore è tenuto ad allegare la circostanza relativa all’esistenza di eventuali posti vacanti ai quali poteva essere adibito per evitare la risoluzione del rapporto, dall’altro, il datore di lavoro è tenuto a dimostrare l’inesistenza di tali pretesi vuoti di organico.
Alla luce della situazione emersa in corso di causa il giudice ha escluso la reintegra, dopo aver constatato che il posto di lavoro occupato dal dipendente licenziato era stato effettivamente soppresso. D’altra parte ha condannato il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria pari a 20 mensilità dell’ultima retribuzione di fatto percepita dall’ex dipendente (su un massimo di 24 mensilità previsto dalla legge), tenuto conto del fatto che il giudizio non era stato preceduto dalla procedura obbligatoria dinanzi alla Dtl e che non era stata fornita la prova del corretto adempimento dell’obbligo di repechage. Commentando brevemente l’esito del processo, è possibile ritenere che la società se almeno in apparenza ha vinto la causa, di fatto l’ha persa, ove soltanto si consideri l’entità della somma che è stata condannata a pagare alla controparte.
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