Licenziamento per giustificato motivo soggettivo: il giudice non può “suggerire” al datore di lavoro le misure da adottare per avere fiducia nel dipendente licenziato.

 
Il dipendente di una società impegnata nella manutenzione di ascensori veniva licenziato per giustificato motivo soggettivo ravvisato nel fatto di avere ripetutamente molestato una giovane inquilina che abitava nello stabile dove egli periodicamente si recava per svolgere i programmati interventi di manutenzione. Il dipendente, purtroppo si sarebbe peraltro introdotto abusivamente nell’appartamento della malcapitata approfittando della porta semichiusa, rivolgendole ripetute e insistenti richieste in ordine ad aspetti di natura squisitamente personale e privata. Tutto questo nonostante il fermo rifiuto opposto dalla donna.
La vicenda approdava nelle aule giudiziarie e la Corte di appello, in riforma della sentenza del primo giudice, accoglieva il ricorso del dipendente, ordinandone la reintegra nel posto di lavoro. La decisione veniva motivata alla luce del fatto che l’addebito contestato al dipendente, per quanto grave, poteva essere evitato per il futuro con l’adozione di semplici misure precauzionali quali ad esempio l’adibire il dipendente a mansioni d’ufficio oppure mandarlo a lavorare in squadra presso edifici non destinati ad uso abitativo. Così ragionando doveva ecludersi una irreparabile lesione del vincolo fiduciario quale elemento indispensabile alla normale prosecuzione del rapporto lavorativo. La Corte di cassazione, con sentenza dell’8 agosto 2011 n. 17093, ha ribaltato l’esito del giudizio sul presupposto che il giudice non può evidentemente interferire con le scelte aziendali ai sensi del principio di libertà della iniziativa economica sancito dall’art. 41 della Costituzione, addirittura “suggerendogli” le misure da adottare per evitare la reiterazione di condotte illecite.
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