Riabilitazione del fallito: condizioni economiche precarie e pagamento dei debiti personali.

 
Con la sentenza 11 maggio 2011 n. 18600 la Corte di Cassazione ha stabilito che può essere riabilitato il fallito che non ha risarcito i creditori se versa in precarie ed oggettive condizioni economiche e se ha già provveduto a pagare i sui debiti personali. Può in particolare essere riabilitato ai sensi dell’art. 179, c.p., l’imprenditore fallito che abbia provveduto a pagare i sui debiti personali senza però corrispondere gli importi ai creditori dell’azienda fallita a causa di precarie condizioni economiche e di salute: "l'impossibilità di adempiere le obbligazioni civili derivanti dal reato non va intesa in senso restrittivo, e cioè come sinonimo di impossidenza economica, ma ricomprende tutte le situazioni non imputabili al condannato che gli impediscono, comunque, l'adempimento delle obbligazioni civili" alle quali è tenuto al fine di conseguire il beneficio richiesto. In modo da evitare "un ingiustificato impedimento al reinserimento sociale" di una persona che "abbia, per altro verso, dato prova attraverso la buona condotta tenuta, di essere meritevole di riabilitazione". La Corte ha ritenuto che l’esimente non è soltanto la mancanza di soldi ma "tutte le situazioni non imputabili al condannato", fra le quali vanno annoverate anche le precarie condizioni di salute e l'assenza di un lavoro. Secondo i giudici di legittimità la possibilità di essere riabilitato anche senza aver soddisfatto integralmente i debiti sociali deve, quindi, derivare da un duplice fattore: impossibilità di adempiere ai debiti personali e precarietà delle condizioni economiche e di salute. Nel caso di specie, il patrimonio del fallito aveva subito una duplice aggressione dovendo pagare sia i debiti sociali che quelli personali trovandosi in precarie condizioni di salute e disoccupato. La disposizione normativa relativa alla riabilitazione, secondo la Cassazione, ha come risultato la reintegrazione del condannato nella capacità giuridica rimasta menomata, conseguita mediante l’estinzione delle pene accessorie e degli altri effetti penali derivanti dalla condanna penale, per cui essa è possibile tutte le volte in cui il condannato abbia mostrato di essersi ravveduto, serbando una buona condotta ed astenendosi dal compiere atti riprovevoli, non essendo, invece, necessario che egli ponga in essere comportamenti positivi di valore morale indicativi della volontà di riscatto dal passato. La ratio del principio consiste nel non perseguire un ingiustificato impedimento al reinserimento sociale, giacché il soggetto ha dato prova, con la buona condotta, di essere meritevole di riabilitazione. Tale interpretazione si abbina, in parte, ai due requisiti necessari per la riabilitazione: il decorso di tre anni (otto per i recidivi) dal giorno dell’esecuzione della pena principale, ovvero dell’estinzione della stessa, e l’aver dato prova effettiva e costante di buona condotta. I giudici di legittimità, infatti, al fine di stabilire un principio di diritto confacente alle esigenze concrete del fallito, hanno precisato che il requisito della buona condotta "deve consistere in fatti positivi e costanti di ravvedimento, la valutazione del comportamento tenuto dall'interessato deve comprendere non solo il periodo minimo di tre anni dall'esecuzione o dall'estinzione della pena inflitta, ma anche quello successivo, fino alla data della decisione sull'istanza prodotta".
 
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