SUI PAGAMENTI PUBBLICI: TERMINI FISSATI A 30 GIORNI

 
La direttiva n. 2000/35/CE (556), recepita in Italia con il D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, sulla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, contiene norme imperative che non sono derogabili mediante diverso accordo o mediante la tacita accettazione delle condizioni difformi con la presentazione di una offerta in una gara pubblica di appalto. La P.A., infatti, non ha il potere di stabilire unilateralmente le conseguenze del proprio inadempimento contrattuale (come gli interessi moratori o le conseguenze del ritardato pagamento), né può subordinare la possibilità di partecipare alle gare alla accettazione di clausole aventi simili contenuti, se non a costo di ricadere sotto le sanzioni di invalidità, per iniquità, vessatorietà e mancanza di specifica approvazione a seguito di trattative. Sulla scorta di ciò il Consiglio di Stato con sentenza n. 469 del 2 febbraio 2010 ha ritenuto nulle, in quanto contrarie agli artt. 4 e 5 del D.Lgs. n. 231 del 2002, la cui deroga non è ammessa dalla legge né espressamente, né tramite la presentazione della offerta in una gara di appalto, le clausole di un bando di gara che prevedono: 1) il pagamento del corrispettivo a 60 giorni dal ricevimento della fattura, anziché ai 30 giorni, previsti dall’art. 4 del D.Lgs. n. 231 del 2002; 2) la decorrenza degli interessi moratori dal 180° giorno anziché dal 30° giorno successivo alla scadenza del termine di pagamento, previsto dall’articolo 4; 3) il saggio di interesse dell’1% anziché dell’8% (1% tasso BCE, più 7 punti di maggiorazione) previsto dall’art. 5. Tali clausole, peraltro, si pongono in modo indubbio nel senso di introdurre un ingiustificato vantaggio per l'Amministrazione predisponente, concretandosi nella aperta violazione della disciplina di riequilibrio delle diverse posizioni di forza, la cui tutela la direttiva comunitaria è proprio diretta a rafforzare.
 
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